Una fontana, disse, che è diventata l’epifania - consentimi la bella parola - della mia speranza. Se vuoi te la mostro, e portò l’ospite alla finestra della camera da letto. Tese il braccio a indicare qualcosa oltre la strada, verso i giardini. Vedi, disse, è una fontana fine ‘800, fatta a cerchio e al centro del cerchio c’è un gruppo di marmo importante, ricco di figure, insomma cospicuo, che taglia come un diametro il cerchio della fontana. Rappresenta il Ratto di Europa, ricordi il mito?
Giove la vede, è una bella figlia di re, e si innamora. Lei dice no, ma Giove si trasforma in toro e la rapisce. Come in altre rappresentazioni del “Ratto”, sculture o dipinti, i personaggi sono tutti in fila, da sinistra a destra: una ninfa terrorizzata, le braccia al cielo, protesa a inseguire il toro/Giove che avanza enorme, fremente, mentre trattiene sul dorso possente e porta con sé Europa, la preda, che alza al cielo un improbabile, ma classico ormai, velo semicircolare; ancora avanti c’è un’altra ninfa, che si scansa, sconvolta dal toro che avanza.
La vedi? È la mia fontana. Di sera, sempre illuminata, è l’unica entità visibile e chiara sullo sfondo d’ombra dei giardini. Le aiuole, i vialetti, sono infatti quasi all’oscuro. La messinscena del mito è ferma nel marmo, eppure c’è movimento. Si devono muovere tutti – sorrise ironico – per eseguire la sceneggiatura, la rappresentazione drammatica, con la serenità dell’ineluttabile. Le ragazze scappano, Europa viaggia sul dorso del toro, trascinata via e incapace di reagire al dio, alla forza possente del maschio emblematico.
È affascinante guardarla nella notte, la fontana, disse l’amico, hai ragione. Ma non è finita la storia, è vero? No, non è finita, e te la racconto. È un melodramma in tre atti...”
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