È ormai universalmente acclarato che la scienza medica risulta del tutto impotente di fronte alla sindrome del cercawhy. Anche il ricorso all’erboristeria non ha sortito alcun effetto terapeutico apprezzabile. Sembra, infatti, che perfino i migliori decotti di cicuta siano riusciti, per lo più, ad eliminare il malato più che il male. A tutto ciò si aggiunge l’incertezza della diagnosi, che continua ad affascinare e tormentare la letteratura scientifica mondiale. “Sintomatologia estremamente complessa” si legge nei più accreditati trattati occidentali di semeiotica medica, i quali si limitano, peraltro, a suggerire ai clinici di “curare particolarmente l’anamnesi patologica, prestando la massima considerazione alla raccolta strutturata di informazioni d’interesse diagnostico relative alla storia clinica del paziente, soprattutto per quanto riguarda le sue allergie ed intolleranze generiche e specifiche”. “Raccomandazioni inutili” si legge, però, nei più accreditati trattati orientali di semeiotica medica, perché “la sindrome del cercawhy sembra mostrare un’allergia specifica a qualsiasi tipo di diagnosi”, per cui si raccomanda di “limitarsi a catalogare le storie cliniche del maggior numero di pazienti, dalle quali potrebbe, un giorno, accendersi per caso la luce di una diagnosi corretta e, chissà, di una terapia adeguata”. Volendo, perciò, dare un contributo specifico a tale catalogazione, mi limiterò ad esporre la sintomatologia aspecifica, che caratterizza, da decenni ormai, la mia personale e particolare sindrome del cercawhy. “Perché aspecifica?”, chiederà il clinico. “Perché, da decenni ormai, - rispondo - la specificità della mia sindrome è tale da farmi trasformare automaticamente ogni because in why, producendomi una lunga e aspecifica serie di guai”. Al creditore che non desse molto credito alle mie parole mi professo specificamente debitore delle sintomatiche pagine che seguono.
Francesco Capriglione
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